martedì 28 maggio 2013

'Un attore deve avere il dono dell’ecletticità'. Intervista all'attore Giordano Petri



Cinema, televisone, teatro: Giordano Petri si dedica a tutte e tre con estrema duttilità.
Classe ‘79 e nipote d’arte del regista Elio Petri, Giordano è travolto dal fuoco della recitazione sin dalla più tenera età.Dopo il diploma alla Scuola Nazionale di Cinema dove lavora con numerosi maestri come Luca Ronconi, Leo Gullotta e Anna Galiena, ha numerose esperienze teatrali: interpreta il ruolo di coprotagonista ne La Signora dalla Camelie con Monica Guerritore e sempre con lei lo ritroviamo in La Giovanna D’Arco. Ricopre il ruolo di Emone nell’Antigone di Sofocle con Alessandro Haber ed è accanto a Lando Buzzanca ne La zia di Carlo.
Crimini Coniugali per la regia di Luca Pizzurro gli porta un buon successo nel 2009.
Non mancano per Petri esperienze televisive come Don Matteo, Sei Forte Maestro, Il Sangue e la Rosa, Carabinieri, Il Commissario Manara, Ris Roma, Distretto di Polizia, Benvenuti a Tavola – Da nord a Sud.
Poi lo vogliono anche al cinema: nel 2002 interpreta un ruolo nel film Pinocchio di Roberto Benigni e nel 2005 ottiene una parte importante con il film Ma l’amore… sì. Il 2010 è l’anno di un ruolo da protagonista nella pellicola Per Sofia, una parte importante che lo porta a vincere il premio Nino Manfredi d’Oro al Cinema come miglior attore Emergente e una Menzione speciale come Migliore Attore Protagonista agli Awards 2010 Sicilian Film Festival di Miami. Nella fiction Rosso San Valentino in onda in prima serata da aprile interpreta Marco, un ragazzo vendicativo e immischiato in brutti affari legati alle scommesse clandestine. 

La Voce ha intervistato il bel tenebroso. A lui la parola. 

Giordano, ti sei dedicato sia al cinema, che alla tv che al teatro. Cosa hanno in comune e in cosa differenziano? 
Principalmente l’amore incondizionato è per la recitazione e, a seguire, per tutte le forme di spettacolo. In realtà il teatro è la mia dimensione ideale, perché mi permette di interagire direttamente col pubblico. Il teatro è stato il mio primo passo verso il mondo dello spettacolo e ricordo ancora l’ansia di riuscire a portare in scena una recitazione convincente in grado di trasmettere emozioni. Il segreto, secondo me, è quello di emozionarsi sempre per poter, a mia volta, emozionare. Vivo ogni giorno questa fantastica esperienza lavorativa come se fosse l’ultima e cerco di conquistarla come se fosse la prima volta. La magia del palco di un teatro riesce a darti la possibilità di dimostrare realmente le tue capacità; è a teatro che entri in contatto con persone reali con cui devi riuscire a stabilire un rapporto immediato. E ogni sera hai un pubblico diverso con cui devi riuscire a creare empatia. Con la macchina da presa puoi bluffare, ci si può fermare, ripetere la scena. Il teatro è un viaggio. Parti da lontano, leggi, rileggi, provi. Quando inizi ad interpretare un personaggio ti ci butti completamente: dal debutto fino all’ultima replica sei quel personaggio. Questa alchimia tra te e il personaggio non riesci a trovarla facilmente al cinema o in tv. È un lavoro diverso, a volte snervante. Non si riesce a trovare subito la concentrazione o il giusto stato d’animo in ogni momento. In entrambe le forme di recitazione, deve sempre esserci una sana e costruttiva emozione: le farfalle nello stomaco che senti prima di entrare in scena sono il motore che ti fa andare avanti sempre. Tuttavia non riesco a fare questa scelta: non posso fare a meno né dell’uno né dell’altro mezzo.  

Preferisci l’emozione del pubblico in sala oppure lo sguardo della macchina da presa? 
Il cinema è ancora un sogno, forse una chimera. Ti consente di avere una cura e una ricerca che in tv oramai, stante i tempi stretti e l’abbassamento della qualità, difficilmente si può ritrovare. Il teatro è il vero test: se sai stare su un palco sei un attore. Ci vorrebbe un battage pubblicitario a tappeto, un po’ come quei giornali di gossip che parlano di reality. Ecco, ci vorrebbe una cultura del teatro, e incuriosire la gente, farla avvicinare. Ma è dura. Sono sempre partito dal presupposto che un attore deve avere il dono dell’ecletticità, misurarsi con personaggi diversi tra loro ti dà la possibilità di conoscere sempre più le proprie capacità e sfidare i propri limiti. Vivere esperienze e stati emotivi che nella vita reale probabilmente non riusciresti a sperimentare è la parte più interessante di questo lavoro. Quindi le mie scelte lavorative sia in teatro che nel cinema sono state sempre dettate da questa mia curiosità interiore di sperimentarmi in ruoli sempre più diversi a volte distantissimi da me. Beh, il teatro è il mio primo amore e ti dà la possibilità di crescere ogni sera insieme al personaggio a secondo dell’empatia che stabilisci con il pubblico ed il tutto avviene in maniera diretta, veloce neanche hai il tempo di pensare. Il cinema è il sogno che si trasforma in realtà, e ti dà la possibilità a volte con un piccolo movimento o sguardo o respiro di mostrare un mondo di emozioni che in teatro per farle arrivare dovresti ampliarle uscendo dalla naturalità del piccolo gesto. 

Hai mai pensato di fuggire per inseguire una carriera all’estero come tanti tuoi colleghi italiani? Dato il periodo che stiamo vivendo in Italia, se avessi qualche anno in meno penserei seriamente di emigrare. Ma ora come ora mi piace fare il mio lavoro in Italia anche se non nascondo che mettere il “naso fuori porta”, andare a Parigi, Londra, Berlino, New York, Bollywood sarebbe molto affascinante.Ho amici artisti e attori che, quando sono all’estero,  riescono ad inquadrare meglio la situazione e le prospettive che l’Italia può darti. Quando si rientra (se si rientra!) si riesce ad essere più obiettivi, a guardare tutto in maniera diversa… Spesso quello che si vede non è positivo, specie se lo si paragona con le realtà visitate. Ma è anche vero che noi italiani diamo il nostro meglio in emergenza: l’italiano puoi criticarlo, dirgli di tutto (e io lo faccio quotidianamente) però una cosa va detta quando si arriva al fondo si riesce sempre a risalire con grande dignità dando spesso prove di eccellenza.

La tua ultima fatica è stata ‘Rosso San Valentino’, che esperienza è stata?
E' stata una bellissima esperienza, ricca ed entusiasmante. Mi aspettavo che facesse un buon risultato, perché già quando ho letto il copione mi sono subito appassionato alla storia. Immaginavo che sarebbe piaciuta anche al pubblico. Tantissimi personaggi, uno più bello dell’altro e quindi credo che il successo sia dovuto a questo. In questo modo vengono attirate più persone: gli adolescenti che si rivedono nella storia d’amore dei ragazzi, i bambini per i giovani protagonisti, le persone adulte che invece ripercorrono certe tappe legate a certi sentimenti ed emozioni e quindi la fiction richiama a sé tutte le generazioni. È stata un’esperienza molto piacevole, di grande intesa con il cast. Ho avuto la possibilità di collaborare con molti giovani attori ma anche con altri provenienti da esperienze diverse. Il mix ha fatto sì che si respirasse sempre un’atmosfera fresca, di continua sorpresa...

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martedì 21 maggio 2013

Intervista a Suor Anna Nobili. Dal cubo al velo: folgorata sulla via della danza




La storia sincera di una giovane donna e della sua trasformazione. Il racconto di una conversione e della passione per il ballo. E se sei una donna giovane e bella e passi le notti della tua giovinezza nei locali notturni di Milano, ballando sui cubi tra alcol e sesso facile, e poi diventi una suora operaia dal vestito color cielo della Santa casa di Nazareth, allora è vero che hai una grande storia da raccontare. E questo è quanto fa Suor Anna Nobili nel suo libro “Io ballo con Dio”, dove racconta, senza filtri e molto diretta, la sua vita di trasgressioni prima di arrivare alla conversione.

Con sorriso aperto e aria risolta, Suor Anna si è raccontata a La Voce.

Da poco è uscito il suo libro “Io ballo con Dio”. Me ne vuole parlare?
E’ stato scritto in 3 anni a quattro mani con Carolina Mercurio, una cara amica che purtroppo non c’è più.
Nonostante in realtà i valori della leucemia si fossero completamente abbassati, è morta l’anno scorso di un tumore che non era riuscita a sostenere, mi raccontava che questa malattia le aveva fatto scoprire l’essenziale. Spesso l’accompagnavo a fare la dialisi ed era lei a dare gioia di vivere agli altri. Era davvero una donna meravigliosa…
Il coreografo Stefano Vagnoli ha deciso di fare un musical sulla mia vita e gli serviva un canovaccio per costruire i dialoghi, allora ho chiesto aiuto a Carolina.
Ho avuto una vita piuttosto complicata, ma ho pensato che fosse arrivato il momento di condividerla anche per aiutare gli altri.
Ho ballato per anni sul cubo, avevo avventure di una sera intrise di alcool che però mi lasciavano sempre infelice.
Un giorno, stanca della vita stavo conducendo e non mi stava portando a nulla, se non all’autodistruzione decido di andare ad Assisi, e lì Dio mi ha chiamato a sé: non ho potuto che seguirlo.
In seguito ho preso i voti e da cinque anni faccio parte della Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth. 
Ho quindi lasciato il mondo della vita di notte, ma...

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giovedì 9 maggio 2013

'Cantiamo la Libertà'. Intervista a Barmagrande



BarmaGrande sono ormai una realtà consolidata nella scena reggae italiana.
Il trio è composto da  Emma Lercari e dai fratelli Sandro e Marco Donda i quali dopo l’ultima produzione della band, ‘Libertà’, il quinto album in studio co-prodotto con Stephen Stewart si sono raccontati a La Voce.

Vi definite una band "reggae roots", cosa significa?
Il roots reggae è il reggae delle origini, quello suonato da Bob Marley per intenderci e dai foundations cioè dai fondatori della musica reggae: Gladiators, Congos, Abyssinians, Burning Spear…
E' una musica solare e rilassante, con belle melodie, dai contenuti profondi, spirituali, che hanno le radici nella nostra cultura. Nella cultura jamaicana rasta il reggae e la musica nyabinghi hanno un potere curativo. Noi speriamo che anche il nostro reggae abbia questa qualità.

Cosa vi ha portato a fare musica?
Barmagrande è una band che suona da 18 anni, la musica è un modo di vivere, la ricerca delle parole, dei messaggi, delle melodie, del groove. Chi fa musica passa il proprio tempo immerso in questo tipo di ricerca. Tutti dovrebbero fare musica, farebbe bene a un sacco di persone.

‘Libertà’ è il vostro quinto album. Cos’è per voi essere liberi?
La libertà di cui si parla nella nostra canzone è la libertà dall'oppressione, specialmente rivolta al popolo tibetano che soffre enormemente per la crudeltà del regime di occupazione cinese. I cinesi dicono che il Tibet fa parte della Cina, ma i superstiti tibetani non la pensano così: 120 persone si sono bruciate vive in 2 anni per protestare contro la violazione dei diritti umani. Non ne possono più. 
Per noi la libertà è essere liberi di scegliere, di professare la propria religione, la libertà di pensiero e di parola. La libertà dallo sfruttamento delle persone e del Pianeta. La libertà dall’asservimento economico, finanziario e culturale.

Nell’era in cui tutti scaricano musica  illegalmente,  vostro album è in free download. Come mai?
Perché a noi non interessano i diritti d'autore. Per noi sono solo una farsa, servono a chi è dentro al sistema e noi siamo totalmente al di fuori. Almeno abbiamo la possibilità di divulgare la nostra musica gratis, come ci pare, abbiamo ancora questa possibilità con internet ed è questo che ci interessa...

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martedì 30 aprile 2013

Intervista esclusiva ai Velvet: 'Basta ascoltare i dischi per comprendere la nostra evoluzione'


Da “Boy Band”, anzi se ve la ricordate da “Tokio Eyes”, i Velvet sono molto cambiati. E lo testimonia anche la citazione sulla loro pagina Facebook: Quando diventi grande ascolti le opinioni degli altri ma non te ne preoccupi più.
Era il 1998. 4 giovani che amano la musica prendono come spunto il nome del locale dove si ritrovano la sera e creano un gruppo: così nascono i Velvet.

Pierluigi Ferrantini (voce e chitarra), Giancarlo Cornetta (batteria), Pierfrancesco Bazzoffi (basso) e Alessandro Sgreccia (chitarra) devono attende un paio d’anni per l’esordio vero e proprio con l’album “Verso Marte”.
Nel 2002 ecco arrivare il secondo album, “Cose Comuni”e un anno dopo il terzo album “10 Motivi”.
Nel 2005 debuttano sul palco di Sanremo con “Dovevo dirti molte cose”.  Dopo  “Velvet” e “Nella Lista Delle Cattive Abitudini”  nell’autunno 2010 esce “Le Cose Cambiano 2000-2010”, un “best of” che contiene due inediti e i principali successi del primo decennale di carriera in nuove versioni.
E dopo un paio d’anni di silenzio sono tornati: il 23 aprile 2013 pubblicano il loro nuovo EP “La Razionalità”.

La Voce ha intervistato per voi Pier, voce e chitarra del gruppo.

Com’è nato il vostro singolo "La Razionalità"?
Nasce nel modo più semplice possibile rispetto a quello a cui eravamo abituati. Ci stavamo dedicando a numerosi lavori in studio, tra colonne sonore e altri dischi; avevamo anche deciso di prenderci un po’ di pausa. Eravamo in tour da quasi due anni, sono stati solo sei i mesi dove non abbiamo fatto concerti e nulla, discograficamente erano passati un paio d’anni dall’ultimo album. A un certo punto è tornata la voglia di fare come doveva essere, abbiamo sentito proprio l’esigenza di metterci in studio e creare nuovi suoni. Lavoravamo sui nostri brani, poi facevamo altro e intanto riascoltavamo i nostri lavori. Ci ha portato via del tempo ma i risultati sono stati ottimali perché non abbiamo concluso frettolosamente nessuna canzone. Abbiamo lasciato che le canzoni prendessero il tempo necessario e in alcuni casi ci siamo resi conto, mesi dopo, che certi elementi della canzone non funzionavano e allora ci prodigavamo a modificarli.

Come sono cambiati i Velvet da “Boy band” a oggi?
Penso che basti ascoltare i dischi per comprendere la nostra evoluzione! È anche scontato che sia così perché abbiamo lavorato molto in questi anni, abbiamo suonato in qualsiasi posto esista in Italia e abbiamo avuto il tempo di ragionare su cosa avevamo più passione a comunicare. Quando ti confronti con il pubblico devi arrivare sul palco con consapevolezza di quello che stai facendo e di quello che vuoi trasmettere.

Molti gruppi con gli anni si sfaldano, oppure perdono componenti per aggiungerne di nuovi. Voi invece suonate insieme da quasi 15 anni. Qual è il segreto?
Siamo insieme da sempre! In parte perché abbiamo avuto degli obiettivi che sono sempre stati comuni. Nessuno ha desiderato prendere totalmente una nuova direzione; può capitare di non ritrovarsi più a livello artistico con quello che la band vuole fare e a quel punto è giusto prendere una strada diversa. A noi non è capitato, abbiamo continuato a farci forza uno con l’altro anzi credo che non potrebbe esistere una forma diversa che non sia questa band. In seguito...

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lunedì 29 aprile 2013

Pino, lo Scotto da pagare. Intervista esclusiva a Pino Scotto



Pino Scotto rappresenta l'icona più importante del rock nazionale. Carismatico e grintoso singer dalle marcate influenze blues, dotato di una voce profonda e graffiante, rappresenta la migliore incarnazione della figura del rocker mai apparsa in Italia. La sua carriera ha ufficialmente inizio al termine degli anni '70, quando incide il primo 45 giri con i Pulsar; dopo qualche tempo diviene frontman dei Vanadium, la heavy rock band più importante della scena italiana, con cui realizza otto grandi album.
Fra il 1990 ed il 1992 Pino Scotto realizza il suo primo album solista in lingua italiana "Il Grido Disperato di Mille Bands" e nel 1995, a seguito del ritorno con i Vanadium, pubblica "Nel Cuore del Caos". Dal 2003 al 2008 torna sulle scene con un nuovo progetto, i Fire Trails, accompagnato dal drummer Lio Mascheroni e da altri musicisti, con cui apre anche il concerto dei Deep Purple.
Il ritorno sulle scene arriva con Datevi Fuoco”, una raccolta dei suoi migliori pezzi e nel 2005 esce “Buena Suerte”, un grande album Rock 'N' Roll con brani totalmente inediti.
Nel suo ultimo album Codici Kappaò il cantante napoletano attacca a spron battuto la classe politica italiana, l'industria dei reality show e tutti quei soggetti da sempre al centro delle sue 'attenzioni'.

Voce d’Italia l’ha intervistato per voi.

Nel tuo ultimo disco “Codici Kappaò”  esprimi tutta l'amarezza per il degrado culturale e socio-politico vissuto dal nostro paese. Com’è nato? 
Il disco è uscito da un anno e il tour invernale è ormai concluso. Abbiamo abusato della natura e ne stiamo pagando le conseguenze tutti: malattie, guerre, calamità naturali... E poi cosa ti devo dire? Mi devo inca…are? Devo cominciare a parlare della politica? Di questa massa di accattoni ladri?! Io appoggio Beppe Grillo da 5 anni ormai, bastava che prendesse una manciata di voti in più e li avremmo mandati tutti a casa! Devono andare tutti in galera, ma prima devono restituire quello che hanno rubato. Hanno ridotto il nostro paese in ginocchio, la gente è disperata. Questi furbi rubano nonostante siano miliardari e ci sono padri di famiglia che non riescono a portare da mangiare ai propri figli. Nelle mie canzoni esprimo tutta la rabbia che ho dentro, cosa che non fanno Vasco Rossi e Ligabue, non dicono mai nulla!Hanno milioni di fan e mai una volta che dicano loro: “Guardate che vi stanno fottendo la vita!”.

Com’è andata la collaborazione con Edoardo Bennato e i Club Dogo?
Da un po’ di anni amo contaminare la mia musica. Ho voluto lavorare con loro sia perché sono cari amici sia perché fanno un genere diverso dal mio. Con “Datevi fuoco!” avevo collaborato con Enrico Ruggeri e J-Ax, nell’album “Buena Suerte” è stato il turno di Caparezza.
Il lavoro realizzato con Club Dogo l’abbiamo messo anche su I-Tunes: i proventi saranno interamente devoluti  al progetto "Rainbow Belize" che porto avanti da 3 anni con la Dottoressa Caterina Vetro. Abbiamo già operato in Belize e in Guatemala, ora siamo in Cambogia:  raccogliamo fondi per costruire case per i bambini orfani o vittime di abusi.

Conduci il programma televisivo “Database” su RockTV , che esperienza è?...

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venerdì 19 aprile 2013

“Bisogna investire sui bambini: sono il futuro” Intervista a Marnie Campagnaro, studiosa di letteratura per l’infanzia del Gruppo di Ricerca



Dolce ma con passione vera per quello fa: questa è Marnie Campagnaro, ricercatrice del Gruppo di Ricerca sulla Letteratura per linfanzia dellUniversità di Padova.
Lavrei ascoltata per ore parlare dellarticolato progetto culturale di cui è ideatrice, Città Invisibili , liberamente ispirato alla poetica di Italo Calvino, volto ad avvicinare le giovani generazioni, dai 3 ai 14 anni, alla lettura, alla letteratura per linfanzia, allarte e a una maggiore conoscenza del patrimonio artistico e paesaggistico dellItalia, a partire dal Veneto.
La Voce lha intervistata per voi.
Lei è ideatrice di Città Invisibili, un articolato progetto culturale. Ce ne può parlare?
Il progetto, che è promosso dalla Regione del Veneto, dalla Provincia di Padova e da altre istituzioni, nasce da uno studio realizzato nellambito del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata  (FISPPA).
Abbiamo portato avanti ricerche sul campo con bambini e ragazzi per capire come si rapportano fra lettura e dimensione visiva nei libri di figure. Una delle evidenze più interessanti è che spesso gli educatori e i genitori propongono libri rassicuranti per i bambini, ma soprattutto per gli adulti, i quali sono spesso in difficoltà a rispondere alle domande sollevate dai piccoli lettori rispetto ad immagini e storie ricche ed  articolate.
Il progetto è nato con lobiettivo di divulgare la Letteratura per linfanzia e in particolare una determinata tipologia di libri per ragazzi, ovvero i libri che possono sfidare i bimbi intellettualmente e che, va detto, trovano le resistenze maggiori negli adulti perché si sentono impreparati ad affrontare determinate tematiche. Il progetto aiuta insegnanti educatori e genitori con una serie di proposte, anche formative: viene loro offerta una sorta di borsa degli attrezzi per imparare a scegliere e comprendere questi libri assieme ai bambini attraverso una lettura dialogica, senza esserne intimoriti.
Conosce Jostein Gaardner, scrittore Il mondo di Sofia?
Sì, ho letto il suo libro C’è nessuno? anni fa
Ecco, proprio in C’è nessuno? un extraterrestre, Mika, arriva sulla terra e incontra un ragazzino, Joakim,  che è a casa da solo perché i genitori sono allospedale: sta nascendo il suo fratellino.
C’è un passaggio in questo libro che è stato per noi fondamentale, ovvero quando lextraterrestre osserva il bambino fare una serie di inchini di fronte a una risposta intelligente che lalieno gli ha dato.
Ma perché ti inchini? chiede lextraterrestre. Perché hai dato una risposta intelligente risponde Joakim. Allora Mika gli dice: Chi si inchina, si piega. Non devi mai piegarti davanti a una risposta. [...] La risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre.
I libri che ci piacciono sono quelli che pongono domande e che danno la possibilità di aprire un dialogo in famiglia e in classe.
Abbiamo messo a punto dei materiali che sono stati donati alle classi che hanno partecipato al progetto: 800 le classi coinvolte; gli insegnanti hanno liberamente deciso di partecipare. In questi materiali, libri e albi illustrati, la narrazione per immagini si intreccia al testo. I temi centrali sono stati losservazione delle figure, larte, anche contemporanea e il paesaggio.
Qual è lobiettivo profondo di questiniziativa?
Oggi più che mai bisogna lavorare sulleducazione dei ragazzi per riuscir a dare profondità e capillarità ai progetti culturali. Leducazione non è al centro delle nostre politiche culturali perché si tende ad avere enti che preferiscono eventi di grande visibilità ma solo attraverso leducazione dei bambini è possibile cambiare un paese, anche culturalmente. Bisogna investire sui futuri cittadini: quando lavori con i bambini, stai lavorando con chi in futuro potrebbe diventare ministro, assessore, sindaco, medico, avvocato; se coltivi una certa predisposizione e sensibilità rispetto a certi temi, la lasci sedimentare nei primi 10 anni di vita nel bambino, qualcosa rimarrà.
È uno spargimento di semi, è chiaro che non nasceranno tutti alberi vigorosi: alcuni semi moriranno, alcuni  saranno  solo degli alberelli, ma altri diventeranno forti e robusti. In questo momento storico, purtroppo, noi stiamo spargendo davvero poco.
Città Invisibili ha anche organizzato e promosso un Flash Book Mob. Come mai?
È nostro desiderio mettere a frutto i risultati del progetto attraverso una grande giornata evento che coincidesse con una data per noi molto significativa, ovvero la Giornata mondiale del libro patrocinata dallUnesco prevista per il 23 aprile.
La lettura è unazione solitaria, invisibile. Abbiamo organizzato quindi questo Flash Book Mob...

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venerdì 29 marzo 2013

Intervista a Roberto Fabbri: “È tutta la vita che sto con la chitarra in mano!”




Roberto Fabbri sorride con gli occhi. Non lo vedo, ma lo sento dall'altro capo del telefono.

È un’esplosione di gioia di vivere, tanto che quando la telefonata è finita ho una carica di positività che mi accompagna per qualche ora.
Riconosciuto a livello internazionale e particolarmente apprezzato nella terra dei toreri come uno dei maggiori esponenti della chitarra classica contemporanea, Fabbri alla carriera concertistica ha da sempre affiancato una notevole attività editoriale, collaborando con numerose case editrici.

Andate a leggere cosa mi ha raccontato….

Roberto, il 19 marzo hai tenuto un concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma . Com’è andata?
Diciamo che suonare a Roma, la mia città, è sempre una grande emozione. Poi il Parco della Musica è speciale per un musicista. Il pubblico è accorso numeroso e ha riempito la Sala Petrassi che può sembrare inusuale per un concerto di chitarra, invece gli spettatori sono stati calorosi. La sonorità era fan statica, ideale per suonare.  Tutto è andato molto bene, sono estremamente soddisfatto.

Come hai cominciato?
Ho ascoltato il suono delle 6 corde da bambino e mi sono innamorato. Ho avuto l’imprinting a causa di una chitarra abbandonata in casa e già a 1 o 2 anni mi divertivo a pizzicare le corde. A 6 anni ho iniziato a studiare e questa passione non si è più fermata: sono entrato in conservatorio a 12 anni, ho studiato al  "S. Cecilia" . È tutta la vita che sto con la chitarra in mano!

A novembre è uscito il tuo terzo album, “Nei tuoi occhi”. Com’è nato?
Si tratta di brani dove il fil rouge è l’amore, non solo per una donna, ma per la musica, per la chitarra, per la vita. Questo  album è importante perché ho voluto una versione più corale, dopo 2 album da solista. Suono infatti con quartetto di chitarre e quartetto d’archi. Anche al concerto c’è stata questa coralità che conferisce  una dimensione diversa alla chitarra classica.

In Spagna sei tra gli artisti italiani più conosciuti. Ti è stato commissionato un concerto per chitarra e orchestra, per il 25° anniversario della morte del più grande chitarrista classico di tutti i tempiChe effetto ti ha fatto?
Mi ha dato una grande emozione ed è stato un bell'impegno. Nel 2010 mi diedero un premio importante Socio de Honore poi In occasione del XXVI Festival Internacional Andrés Segovia 2012 di Madrid dello scorso 26 ottobre , mi commissionarono questo concerto. Non nego un po’ di timore e titubanza, d'altronde era la celebrazione di un grande artista. Però ero tanto entusiasta che m sono messo a lavorare di buona lena e ho realizzato un buon lavoro. Ho suonato a Madrid nella cattedrale dove vengono battezzati i regnanti spagnoli. Davvero un onore!
In Italia purtroppo gli spazi per un certo tipo di musica non si trovano…

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